sabato 31 ottobre 2026

IL POZZO DELLA TETTA MACARA

 


"IL POZZO DELLA TETTA MACARA"

Nel Salento degli anni quaranta, quando le giornate sembravano non finire mai e le notti d'estate profumavano di fichi maturi e terra arsa dal sole, c'era un piccolo paese fatto di case basse, corti e stradine strette, dove tutti conoscevano tutti e dove, spesso, anche i segreti avevano vita breve.

Le case erano perlopiù costruite con la pietra calcarea del posto, qualcuna ancora con il tetto di canne intrecciate, il cosiddetto cannizzo, sostenuto da travi di legno annerite dal fumo dei focolari. D'inverno, attorno al grande camino, le famiglie si raccoglievano per scaldarsi e raccontarsi le vicende del paese; d'estate, invece, le sedie impagliate venivano portate davanti all'uscio, dove, fino a tarda sera, si discorreva al fresco, o almeno a quel poco di fresco che concedevano le notti salentine.

In quel paese viveva una donna che tutti chiamavano la macara.

Si chiamava Concetta, ma pochi ricordavano ormai il suo vero nome. Era anziana, vedova da molti anni, minuta, con il viso solcato da rughe profonde e due occhi piccoli e penetranti, capaci di frugare nell'animo di chiunque le capitasse davanti. Portava sempre uno scialle nero sulle spalle, un fazzoletto nero legato sotto il mento, anche quando il caldo sembrava sciogliere le pietre, e camminava curva appoggiandosi a un bastone di ulivo.

Abitava da sola in una vecchia casupola ai margini del paese, con una piccola porta di legno logorata dal tempo con  una gattaiola ricavata nella parte bassa dell'uscio, una finestra sempre socchiusa dietro la quale passava le ore del giorno a spiare.

Nessuno sapeva con certezza da dove venissero i suoi poteri. C'era chi diceva che li avesse ereditati dalla madre, chi sosteneva che li avesse appresi da una forestiera arrivata tanti anni prima, e chi, più semplicemente, giurava che avesse fatto un patto con il diavolo.

La verità, forse, era che Concetta, per tutti “la Tetta macara” aveva imparato a conoscere le debolezze degli uomini e a servirsene come nessun altro.

Ma possedeva anche un dono, o una maledizione, che la rendeva diversa da tutte le altre donne del paese.

Ogni notte, allo scoccare della mezzanotte, dopo aver spento il lume e pronunciato alcune parole incomprensibili, si trasformava in una gatta dal pelo nero, fitto e lucente come la seta. Gli occhi diventavano due piccole fessure gialle, le orecchie si tendevano e il corpo, improvvisamente agile e leggero, acquistava la capacità di passare attraverso ogni pertugio.

Usciva dalla gattaiola e cominciava il suo giro.

Silenziosa, percorreva i vicoli, saltava sui muretti, attraversava le corti e si intrufolava nelle vecchie abitazioni. Nessuno le prestava particolare attenzione: una gatta nera che si aggirava di notte non era certo una rarità.

E così, senza essere vista né sospettata, Concetta ascoltava.

Ascoltava i mariti confidare alle mogli le proprie preoccupazioni, le donne raccontarsi le piccole invidie, i figli lamentarsi dei genitori, i vicini parlare male di altri vicini.

Raccoglieva ogni parola, ogni confidenza, ogni maldicenza.

Poi, al mattino, tornata nelle sue sembianze umane, cominciava a tessere la sua tela.

Si presentava davanti a una donna e, con aria preoccupata, le diceva:

«Cummare, stanotte ho fatto un sogno brutto. Ho visto tuo marito parlare con una donna che non conosco. Non vorrei che ci fosse qualcosa che non va...»

Oppure si avvicinava a un uomo:

«Compare, ho saputu una cosa, ma non so se dirtela. Tuo fratello, l'altra sera, davanti a certa gente, ha detto che tu sei un buono a nulla...»

Qualche volta inventava, altre volte raccontava verità ascoltate durante le sue peregrinazioni notturne, ma sempre aggiungendo qualcosa di suo, quel tanto che bastava per seminare sospetto e zizzania.

Era bravissima.

Una parola detta al momento giusto, un'allusione, un sogno raccontato con la giusta espressione di paura, e il veleno cominciava a fare effetto.

Famiglie che fino al giorno prima avevano vissuto in armonia finivano per non rivolgersi più la parola. Fratelli litigavano per un'eredità mai contesa, mogli sospettavano dei mariti e vicini diventavano nemici.

Concetta, intanto, traeva i suoi vantaggi. Una gallina, quattro uova, un paniere di fichi, qualche moneta, un favore: tutto le tornava utile.

E quando qualcuno le chiedeva come facesse a sapere certe cose, lei abbassava gli occhi e rispondeva:

«Eh, fijia mia, certe cose si sognano. E certi sogni è meglio non raccontarli...

 

Era una sera d'estate, una di quelle in cui lo scirocco sembra fermare persino il respiro.

Il caldo era rimasto intrappolato tra le pareti delle case e le strade erano ancora tiepide, nonostante il sole fosse tramontato da ore. Nell'aria si sentiva il profumo dei pomodori e dei fichi spaccati in due e messi a seccare, insieme alle erbe aromatiche  e al profumo del mosto di fichi troppo maturi.

Concetta aveva trascorso la giornata sonnecchiando sulla sua sedia, in attesa della notte.

Quando il vecchio orologio a pendolo, appeso alla parete, batté dodici colpi, si alzò lentamente.

Si tolse lo scialle e il fazzoletto, si raccolse i capelli grigi e si avvicinò alla porta.

Pronunciò sottovoce le sue parole segrete e si passo tre volte le mani sul viso, in un attimo, il suo corpo si contrasse, le mani si trasformarono in zampe, la schiena si incurvò e dalla pelle spuntò un mantello di pelo nero e lucente.

La gatta attraversò la gattaiola e scomparve nel buio.

Quella notte aveva in mente un luogo particolare: una grande corte, poco distante dalla piazza del paese, dove vivevano quattro famiglie, tutte imparentate tra loro e, cosa assai rara in paese, ancora in perfetta armonia.

Era un posto ideale per i suoi giochi.

La corte aveva un unico ingresso, un arco in pietra leccese logorato dal tempo con un grande portone di legno che di giorno rimaneva aperto e che la sera veniva accostato. Intorno si affacciavano le quattro abitazioni, ciascuna con il proprio uscio e le proprie finestre.

Concetta conosceva bene quel luogo, ma quella sera decise di esplorare una delle abitazioni da un punto diverso.

Saltò sul muro di cinta, lo percorse con passo felpato e raggiunse il piccolo lucernario di una camera da letto. La finestra era rimasta socchiusa per far circolare un po' d'aria, nonostante lo scirocco.

La gatta si accucciò sul davanzale, nascosta nell'ombra, e tese le orecchie.

Dentro, una donna stava parlando con il marito.

Avevano appena spento il piccolo lume a petrolio appoggiato sul comodino del grande letto matrimoniale. La stanza era illuminata soltanto dalla pallida luce della luna, che filtrava attraverso le imposte.

«Sai, Rocco miu ca nu riescu cu piju sonno stanotte!», disse la donna sottovoce, «oggi, mentre tornavo dalla fontana, ho incontrato la vecchia Filomena. Mi ha raccontato una storia che mi ha fatto venire i brividi.»

«E ce storia ete?» domandò il marito, sistemandosi sul cuscino.

«Una storia successa tanti anni fa, durante la grande guerra. Riguarda un ragazzo che era partito soldato e una ragazza che lo aspettava.»

La gatta drizzò le orecchie.

«Racconta, racconta…che sono curioso.»

La donna prese fiato e cominciò.

«C'era una volta un ragazzo, si chiamava Antonio, che amava una ragazza bellissima, di nome Rosa. Si erano promessi amore eterno prima che lui partisse per il fronte. Lui le aveva giurato che, una volta tornato, l'avrebbe sposata e che avrebbero messo su famiglia.

Rosa lo aspettava. Ogni giorno andava alla finestra a guardare la strada, sperando di vederlo tornare. Gli scriveva lettere, ma molte non ricevevano risposta. Non sapeva dove fosse, se fosse vivo, se fosse ferito. Eppure non aveva mai smesso di amarlo.

Poi, un giorno, Antonio tornò.

Era dimagrito, aveva il volto segnato dalla guerra, ma nel cuore portava ancora lo stesso amore di quando era partito.

Non vedeva l'ora di riabbracciare Rosa.

Ma appena arrivato in paese, qualcuno gli raccontò una cosa terribile.

Gli dissero che la sua amata, durante la sua assenza, si era consolata con un altro uomo, che lo aveva tradito e che ormai non lo voleva più.

Antonio non volle crederci. Ma le voci erano tante e insistenti.

E sai chi aveva messo in giro quelle falsità? Una donna del paese, una vecchia che tutti chiamavano la macara. Lo aveva fatto per invidia, forse per cattiveria, forse perché non sopportava la felicità di quei due giovani.

Rosa, intanto, era venuta a sapere delle accuse. Quando capì che Antonio non si fidava più di lei e che il loro amore era stato distrutto da quelle menzogne, non resse al dolore.

Una notte uscì di casa e si gettò in un vecchio pozzo, poco fuori dal paese.

La trovarono soltanto il giorno dopo.

Antonio, quando seppe la verità, impazzì dal dolore. Passò il resto della sua vita senza sposarsi, senza trovare pace.

-Ma la cosa più terribile è un'altra, Rocco!

Si dice che, ancora oggi, chi si affaccia su quel pozzo, soprattutto nelle notti di luna piena, possa vedere nell'acqua il volto di una ragazza bellissima. E che, nel silenzio, si sentano i suoi lamenti e la sua voce che chiama disperata: «Antonio».

La donna tacque.

Il marito rimase qualche istante in silenzio, poi disse:

«Povera fijia... E quella macara? Che fine fece?»

«Nessuno lo sa. Pare che abbia continuato a vivere in paese per tanti anni. Ma qualcuno dice che, da allora, ogni notte, una gatta nera si aggiri intorno al pozzo.»

Un brivido attraversò la schiena della gatta acquattata sul davanzale del lucernario.

Non era un brivido di paura.

Era qualcosa di molto più profondo.

Per la prima volta, dopo tanti anni, Concetta sentì il sangue gelarsi nelle vene.

Riconobbe Antonio. Riconobbe Rosa.

E soprattutto riconobbe se stessa.

Quella macara di cui la donna aveva parlato era lei.

Era stata lei a inventare il tradimento, lei a insinuare il dubbio nel cuore di Antonio, lei a distruggere un amore che non aveva fatto male a nessuno.

Ricordò il giorno in cui aveva incontrato la madre di Rosa e, con finta premura, le aveva raccontato di aver sognato la ragazza tra le braccia di un altro uomo.

Ricordò le parole pronunciate, le bugie costruite con pazienza, il piacere provato nel vedere la disperazione diffondersi tra le due famiglie.

E ricordò anche il volto di Rosa, incontrata qualche giorno dopo, pallido e rigato di lacrime.

Allora non aveva provato nulla.

Adesso, invece, quelle immagini le tornarono davanti agli occhi con una forza insopportabile.

La gatta balzò giù dal davanzale saltò sul muro di cinta e fuggì nella notte.

Non si fermò nei vicoli, non si intrufolò in altre case, non cercò altre confidenze.

Corse.

Corse fino alla sua abitazione e, una volta entrata dalla gattaiola, si ritrasformò in donna.

Rimase a lungo immobile al centro della stanza.

Il suo respiro era affannoso e le mani tremavano.

«Madonna mia... che cosa ho fatto?» sussurrò.

Per la prima volta nella sua lunga vita, Concetta aveva paura di se stessa.

Non riuscì a dormire.

Seduta sulla vecchia sedia, guardava il pavimento di pietra e ripensava a tutto il male che aveva fatto.

Le tornarono in mente le famiglie divise, le amicizie spezzate, i matrimoni finiti, le madri che avevano pianto per colpa delle sue parole.

Aveva sempre pensato che il suo potere fosse una ricchezza, qualcosa che la rendeva superiore agli altri.

Ora comprendeva che era stata soltanto una maledizione alimentata dall’invidia e dalla sua cattiveria.

All'alba prese una decisione.

Doveva tornare al pozzo.

Quello stesso giorno, quando il sole cominciò a calare dietro gli ulivi, si incamminò verso la campagna.

Camminava lentamente, appoggiandosi al bastone, con lo scialle nero stretto sulle spalle.

Il pozzo si trovava in un terreno abbandonato, circondato da fichi d'India e cespugli di more e lentisco. Da anni nessuno lo utilizzava più. Le pietre del bordo erano consumate dal tempo e qualche erbaccia cresceva tra le fessure.

Concetta si avvicinò.

Si affacciò.

L'acqua, laggiù in fondo, era immobile e scura.

Guardò attentamente e, poco alla volta, tra i riflessi della luce morente, le sembrò di scorgere un volto.

Era quello di Rosa.

Bellissimo, delicato, con gli occhi grandi e tristi.

Concetta si portò una mano alla bocca.

«Rosa...» mormorò.

E allora sentì qualcosa.

Non una voce vera e propria, ma un lamento che sembrava salire dal fondo del pozzo, attraversare l'acqua e raggiungere il suo cuore.

«Perché... perché mi hai fatto questo?»

La vecchia si inginocchiò.

«Perdonami, fijia mia. Se potessi tornare indietro... Se potessi cancellare quello che ho fatto...»

Ma il pozzo non rispose.

Restò soltanto il silenzio della campagna, rotto dal canto lontano di una cicala.

Concetta comprese che non poteva restituire la vita a Rosa, né cancellare il dolore di Antonio. Ma poteva almeno mettere fine al male che aveva continuato a seminare.

Poteva rinunciare ai suoi poteri.

Si alzò a fatica e pronunciò le antiche parole che per tanti anni le avevano permesso di trasformarsi.

Le parole che aveva sempre pronunciato con orgoglio, quella volta uscirono dalle sue labbra come una preghiera.

Poi, guardando ancora una volta il fondo del pozzo, lasciò cadere il bastone.

E si gettò.

Quella notte il paese fu attraversato da un vento leggero, insolito per una sera d'estate.

Qualcuno raccontò di aver visto una luce provenire dalla campagna, proprio dalla parte del vecchio pozzo.

Altri giurarono di aver sentito una voce femminile cantare una nenia antica, una melodia dolce e malinconica che sembrava venire da molto lontano.

All'alba, un contadino che si recava al proprio uliveto passò vicino al pozzo e notò qualcosa di strano.

L'acqua, che per anni era rimasta scura e immobile, brillava di una luce argentea.

Si avvicinò e si affacciò.

Non vide il corpo della vecchia Concetta.

Vide invece, riflesso sulla superficie dell'acqua, il volto luminoso di una giovane donna, bellissima, con lunghi capelli sciolti sulle spalle e occhi chiari come la luce della luna.

La ragazza sorrideva.

Il contadino si fece il segno della croce e indietreggiò, senza avere il coraggio di dire una parola.

Da quel giorno nessuno vide più Concetta la macara aggirarsi per le strade del paese.

La gatta nera scomparve.

Le quattro famiglie della corte continuarono a vivere in armonia e, per molti anni, nessuno riuscì a spiegare quella strana luce che, nelle notti di luna piena, sembrava salire dal fondo del pozzo.

Si racconta che Antonio, ormai vecchio e solo, una sera, passando vicino a quel luogo, vide nell'acqua il volto di Rosa.

Questa volta, però, non sentì lamenti.

Sentì una voce dolcissima che pronunciava il suo nome.

E per la prima volta dopo tanti anni sorrise.

Ancora oggi, tra gli anziani del paese, c'è chi racconta questa storia.

Qualcuno sostiene che sia soltanto una leggenda, nata dalla fantasia di chi amava spaventare i bambini nelle sere d'inverno.

Altri, invece, giurano che tutto sia accaduto davvero.

E quando, nelle notti d'estate, una gatta dal pelo nero attraversa silenziosamente un vicolo o si ferma sul muretto di una vecchia casa a cannizzo, c'è sempre qualcuno che, guardandola, sussurra:

«Lasciatela stare... Le anime che hanno conosciuto il male, qualche volta, cercano soltanto la strada per tornare alla luce.»

Perché in quel piccolo paese del Salento si tramanda ancora un'antica convinzione:

le parole possono uccidere un amore, distruggere una famiglia e condannare un'anima a vagare per sempre. Ma il rimorso, quando nasce davvero dal cuore, può essere l'inizio di una redenzione.

Di: Giuseppe Russo - 30.10.2026;

lunedì 10 marzo 2025

Anemoni rossi

 




Anemoni rossi

Danzan nel campo gli anemoni rossi

dai petali accesi come fiamme al vento,

parlan d’amore e passioni ardenti

che il cuore custode non ha mai spento;

Storie vissute di oggi e di ieri

di giovani amori fragili e fieri;

(Raccolta i miei "Quadriversi " febbraio 2025)





domenica 15 dicembre 2024

LA SOLITUDINE DEL PAPAVERO BIANCO

 





La solitudine del papavero bianco

Nel campo di papaveri ardenti e rossi, all’ombra di un rudere abbandonato, s’erge solitario un papavero bianco, un'anima diversa tra i suoi simili, che cresce in silenzio tra il verde brillante del giovane grano al vento d’aprile.

Con occhi diversi, guarda il mondo sognando un cielo meno ardente e cupo, un luogo dove i colori siano rari, dove la sua candida essenza possa finalmente splendere.

Non parla, non chiede, non grida al vento, ma ondeggia e accarezza il silenzio con i suoi petali lievi fatti di candida carta stropicciata.

Soffia il vento e sente il suo tormento, mentre solitario e nascosto cresce in attesa che qualcuno lo noti.

O papavero bianco, che solitudine senti! Nel mezzo di una folla che non ti vede, vivi la tua vita in un mondo di infinita bellezza e rara purezza, che sfida ogni conformità.

Nel tuo bianco c'è una luce, che ispira speranza, una certezza, che non si perde nel rosso, ma brilla come lampo di luce nel buio.

Così il papavero bianco, tra i rossi ardenti, trova in sé la forza di crescere altero, diverso e forte. 

E, nella sua solitudine canta al vento un inno d’amore, di speranza e di pace.



 (Raccolta i miei "Quadriversi" Aprile 2024)

lunedì 22 aprile 2024

VITA DA PICCOLI PESCATORI




Vita da piccoli pescatori

di Giuseppe RUSSO

“I pescatori sanno che il mare è pericoloso e la tempesta terribile,ma non hanno mai trovato questi pericoli, una ragione sufficiente per restare a riva.”

(Vincent Villem van Gogh)

La vita dei piccoli pescatori è un intricato intreccio di sfide, sacrifici e speranze che si svolgono tra il mare e la terraferma, lavorando con coraggio nella fatica che il giorno sfama e la notte incerta affronta.

Sul far della sera, sfidando onde alte e tempeste, sotto un cielo che al crepuscolo si tinge di un rosa tenue, navigano per raggiungere la “posta” dove calare le reti o il palamito.

Giunti sul posto, con sguardi di provata intesa, procedono con l’uso dei remi alla “calata” lungo tortuosi sentieri marini, dettati dall’esperienza e seguendo le mire segrete poste lungo la costa frastagliata.

Nel loro incedere tra i flutti agitati, le barche oscillano come i loro cuori battenti messi alla prova dalla forza del vento e dalla tenacia delle correnti marine.

L’incognita del rischio, sempre presente, vive nei loro silenzi, nelle preghiere e nel ricordo costante di un patto eterno, sempre vivo, che si regge da secoli sul rispetto “dovuto” al più forte.

La vita dei piccoli pescatori è molto più di una semplice lotta contro gli elementi. È una lotta contro il tempo, la sorte e le incertezze economiche.

I loro strumenti di lavoro “reti, lenze, ami” sono le armi con cui sfidano la natura, sperando di raccogliere i frutti del mare. Ogni cattura è una scommessa, tra la speranza di un ricco bottino e la paura di tornare a casa a mani vuote.

Così ogni giorno, prima del sorgere del sole, si preparano a salpare con le loro barche, tra le onde che sussurrano e i venti che sibilano forte, verso un destino incerto fatto di speranze e sogni intrappolati tra le maglie di una rete.

Le reti tirate a mano con forza, raccolgono storie di vita, di fatica, di stenti e di morte, e il frutto dell'antica danza tra l'uomo e il mare.

Con le mani callose solcate da tagli doloranti e gli occhi stanchi, nel viaggio di ritorno al porto, contemplano sul legno consumato dal tempo il tesoro dell'acqua, speranza e durezza mescolate in un tormento eterno.

Giunti nel porto, le spalle piegate dal peso del lavoro, portano con loro il pescato del giorno e il peso delle sfide che hanno dovuto affrontare con ardore.

La loro vita è fatta di notti brevi e insonni e di giorni lunghi e operosi, fatti di ripezzi* di armature*di palamiti e sogni, e prescinde dal duro freddo d’inverno e dal caldo cocente del sole in estate.

Custodi di tradizioni antiche, i piccoli pescatori, sono legati indissolubilmente alla cultura e alla storia dei luoghi in cui operano e la loro vita è caratterizzata da una bellezza e una nobiltà uniche.

Sono loro, infatti, i veri guardiani del mare, e i loro racconti e le loro gesta sono intessuti nell'essenza stessa delle comunità costiere.

Per sopravvivere, incrociano con coraggio le onde e portano nel loro cuore la speranza di un buon ritorno e il desiderio di tramandare, un giorno, il proprio patrimonio alle generazioni future come un dono prezioso. 

(A: Nando Orlando, Vincenzo Orlando e 

     Giovanni Antonaci, pescatori di Borgagne) 

*(Rimagliare le reti rotte o usurate)

*(L’arte del costruire il palamito)

(Raccolta I miei Quadriversi aprile 2024)

giovedì 1 febbraio 2024

ALBA ROSSA NELLA BAIA DI TORRE SANT'ANDREA.

 





Nel silenzio del crepuscolo, spento il faro, eterno testimone silente dei tempi, Sant'Andrea si risveglia e il mare sospira poesie.

Timidi, i primi raggi del sole accarezzano il mare e un dipinto divino s’appressa ai miei occhi.

Nella baia infuocata l'alba rossa è sempre poesia, un canto d'amore che il giorno inizia tra i riflessi dorati e il mare in festa.

Il cielo si tinge di colori ardenti, sfumature di rosso e d'oro vibrante, mentre l'orizzonte danza e s’accende in dolce armonia, con le onde che accarezzano la riva ansante.

La barca gialla sonnecchia ancora nel placido porto, abbracciata dalla luce che dolcemente avanza, e la brezza marina racconta storie antiche, sussurrate tra le trame di una rete da posta, adagiata sui legni ad asciugare il passato.

I riflessi sull'acqua dipingono quadri, di promesse e sogni in un nuovo giorno, nel porto silenzioso, la vita si sveglia, con il canto leggero di un bianco gabbiano che in volo dipinge melodie e libertà.

Così, nel porticciolo s'innalza l'Alba rossa, poesia silenziosa e profonda, un incanto svelato al mondo ancora addormentato, nel cuore di un mattino che l'anima mia dipinge, rinnova e ristora.

Sant'Andrea si risveglia sotto il magico velo, che bacia il suo orizzonte, un dipinto vivente di calma e speranza, dove anche il tempo felice e rapito, si ferma a guardare.

(Testo e foto di Giuseppe RUSSO)

(Raccolta i miei "Quadriversi"  febbraio 2024)