"IL POZZO DELLA TETTA MACARA"
Nel Salento degli anni quaranta, quando le giornate
sembravano non finire mai e le notti d'estate profumavano di fichi maturi e
terra arsa dal sole, c'era un piccolo paese fatto di case basse, corti e
stradine strette, dove tutti conoscevano tutti e dove, spesso, anche i segreti
avevano vita breve.
Le case erano perlopiù costruite con la pietra calcarea del
posto, qualcuna ancora con il tetto di canne intrecciate, il cosiddetto
cannizzo, sostenuto da travi di legno annerite dal fumo dei focolari.
D'inverno, attorno al grande camino, le famiglie si raccoglievano per scaldarsi
e raccontarsi le vicende del paese; d'estate, invece, le sedie impagliate
venivano portate davanti all'uscio, dove, fino a tarda sera, si discorreva al
fresco, o almeno a quel poco di fresco che concedevano le notti salentine.
In quel paese viveva una donna che tutti chiamavano la
macara.
Si chiamava Concetta, ma pochi ricordavano ormai il suo vero
nome. Era anziana, vedova da molti anni, minuta, con il viso solcato da rughe
profonde e due occhi piccoli e penetranti, capaci di frugare nell'animo di
chiunque le capitasse davanti. Portava sempre uno scialle nero sulle spalle, un
fazzoletto nero legato sotto il mento, anche quando il caldo sembrava
sciogliere le pietre, e camminava curva appoggiandosi a un bastone di ulivo.
Abitava da sola in una vecchia casupola ai margini del paese,
con una piccola porta di legno logorata dal tempo con una gattaiola ricavata nella parte bassa
dell'uscio, una finestra sempre socchiusa dietro la quale passava le ore del
giorno a spiare.
Nessuno sapeva con certezza da dove venissero i suoi poteri.
C'era chi diceva che li avesse ereditati dalla madre, chi sosteneva che li
avesse appresi da una forestiera arrivata tanti anni prima, e chi, più
semplicemente, giurava che avesse fatto un patto con il diavolo.
La verità, forse, era che Concetta, per tutti “la Tetta
macara” aveva imparato a conoscere le debolezze degli uomini e a servirsene
come nessun altro.
Ma possedeva anche un dono, o una maledizione, che la rendeva
diversa da tutte le altre donne del paese.
Ogni notte, allo scoccare della mezzanotte, dopo aver spento
il lume e pronunciato alcune parole incomprensibili, si trasformava in una gatta
dal pelo nero, fitto e lucente come la seta. Gli occhi diventavano due piccole
fessure gialle, le orecchie si tendevano e il corpo, improvvisamente agile e
leggero, acquistava la capacità di passare attraverso ogni pertugio.
Usciva dalla gattaiola e cominciava il suo giro.
Silenziosa, percorreva i vicoli, saltava sui muretti,
attraversava le corti e si intrufolava nelle vecchie abitazioni. Nessuno le
prestava particolare attenzione: una gatta nera che si aggirava di notte non
era certo una rarità.
E così, senza essere vista né sospettata, Concetta ascoltava.
Ascoltava i mariti confidare alle mogli le proprie
preoccupazioni, le donne raccontarsi le piccole invidie, i figli lamentarsi dei
genitori, i vicini parlare male di altri vicini.
Raccoglieva ogni parola, ogni confidenza, ogni maldicenza.
Poi, al mattino, tornata nelle sue sembianze umane,
cominciava a tessere la sua tela.
Si presentava davanti a una donna e, con aria preoccupata, le
diceva:
«Cummare, stanotte ho fatto un sogno brutto. Ho visto tuo
marito parlare con una donna che non conosco. Non vorrei che ci fosse qualcosa
che non va...»
Oppure si avvicinava a un uomo:
«Compare, ho saputu una cosa, ma non so se dirtela. Tuo
fratello, l'altra sera, davanti a certa gente, ha detto che tu sei un buono a
nulla...»
Qualche volta inventava, altre volte raccontava verità
ascoltate durante le sue peregrinazioni notturne, ma sempre aggiungendo
qualcosa di suo, quel tanto che bastava per seminare sospetto e zizzania.
Era bravissima.
Una parola detta al momento giusto, un'allusione, un sogno
raccontato con la giusta espressione di paura, e il veleno cominciava a fare
effetto.
Famiglie che fino al giorno prima avevano vissuto in armonia
finivano per non rivolgersi più la parola. Fratelli litigavano per un'eredità
mai contesa, mogli sospettavano dei mariti e vicini diventavano nemici.
Concetta, intanto, traeva i suoi vantaggi. Una gallina, quattro
uova, un paniere di fichi, qualche moneta, un favore: tutto le tornava utile.
E quando qualcuno le chiedeva come facesse a sapere certe
cose, lei abbassava gli occhi e rispondeva:
«Eh, fijia mia, certe cose si sognano. E certi sogni è meglio
non raccontarli...
Era una sera d'estate, una di quelle in cui lo scirocco
sembra fermare persino il respiro.
Il caldo era rimasto intrappolato tra le pareti delle case e
le strade erano ancora tiepide, nonostante il sole fosse tramontato da ore.
Nell'aria si sentiva il profumo dei pomodori e dei fichi spaccati in due e
messi a seccare, insieme alle erbe aromatiche e al profumo del mosto di fichi troppo maturi.
Concetta aveva trascorso la giornata sonnecchiando sulla sua
sedia, in attesa della notte.
Quando il vecchio orologio a pendolo, appeso alla parete,
batté dodici colpi, si alzò lentamente.
Si tolse lo scialle e il fazzoletto, si raccolse i capelli
grigi e si avvicinò alla porta.
Pronunciò sottovoce le sue parole segrete e si passo tre
volte le mani sul viso, in un attimo, il suo corpo si contrasse, le mani si
trasformarono in zampe, la schiena si incurvò e dalla pelle spuntò un mantello
di pelo nero e lucente.
La gatta attraversò la gattaiola e scomparve nel buio.
Quella notte aveva in mente un luogo particolare: una grande
corte, poco distante dalla piazza del paese, dove vivevano quattro famiglie,
tutte imparentate tra loro e, cosa assai rara in paese, ancora in perfetta
armonia.
Era un posto ideale per i suoi giochi.
La corte aveva un unico ingresso, un arco in pietra leccese logorato
dal tempo con un grande portone di legno che di giorno rimaneva aperto e che la
sera veniva accostato. Intorno si affacciavano le quattro abitazioni, ciascuna
con il proprio uscio e le proprie finestre.
Concetta conosceva bene quel luogo, ma quella sera decise di
esplorare una delle abitazioni da un punto diverso.
Saltò sul muro di cinta, lo percorse con passo felpato e
raggiunse il piccolo lucernario di una camera da letto. La finestra era rimasta
socchiusa per far circolare un po' d'aria, nonostante lo scirocco.
La gatta si accucciò sul davanzale, nascosta nell'ombra, e
tese le orecchie.
Dentro, una donna stava parlando con il marito.
Avevano appena spento il piccolo lume a petrolio appoggiato
sul comodino del grande letto matrimoniale. La stanza era illuminata soltanto
dalla pallida luce della luna, che filtrava attraverso le imposte.
«Sai, Rocco miu ca nu riescu cu piju sonno stanotte!», disse
la donna sottovoce, «oggi, mentre tornavo dalla fontana, ho incontrato la
vecchia Filomena. Mi ha raccontato una storia che mi ha fatto venire i
brividi.»
«E ce storia ete?» domandò il marito, sistemandosi sul
cuscino.
«Una storia successa tanti anni fa, durante la grande guerra.
Riguarda un ragazzo che era partito soldato e una ragazza che lo aspettava.»
La gatta drizzò le orecchie.
«Racconta, racconta…che sono curioso.»
La donna prese fiato e cominciò.
«C'era una volta un ragazzo, si chiamava Antonio, che amava
una ragazza bellissima, di nome Rosa. Si erano promessi amore eterno prima che
lui partisse per il fronte. Lui le aveva giurato che, una volta tornato,
l'avrebbe sposata e che avrebbero messo su famiglia.
Rosa lo aspettava. Ogni giorno andava alla finestra a
guardare la strada, sperando di vederlo tornare. Gli scriveva lettere, ma molte
non ricevevano risposta. Non sapeva dove fosse, se fosse vivo, se fosse ferito.
Eppure non aveva mai smesso di amarlo.
Poi, un giorno, Antonio tornò.
Era dimagrito, aveva il volto segnato dalla guerra, ma nel
cuore portava ancora lo stesso amore di quando era partito.
Non vedeva l'ora di riabbracciare Rosa.
Ma appena arrivato in paese, qualcuno gli raccontò una cosa
terribile.
Gli dissero che la sua amata, durante la sua assenza, si era
consolata con un altro uomo, che lo aveva tradito e che ormai non lo voleva
più.
Antonio non volle crederci. Ma le voci erano tante e
insistenti.
E sai chi aveva messo in giro quelle falsità? Una donna del
paese, una vecchia che tutti chiamavano la macara. Lo aveva fatto per invidia,
forse per cattiveria, forse perché non sopportava la felicità di quei due
giovani.
Rosa, intanto, era venuta a sapere delle accuse. Quando capì
che Antonio non si fidava più di lei e che il loro amore era stato distrutto da
quelle menzogne, non resse al dolore.
Una notte uscì di casa e si gettò in un vecchio pozzo, poco
fuori dal paese.
La trovarono soltanto il giorno dopo.
Antonio, quando seppe la verità, impazzì dal dolore. Passò il
resto della sua vita senza sposarsi, senza trovare pace.
-Ma la cosa più terribile è un'altra, Rocco!
Si dice che, ancora oggi, chi si affaccia su quel pozzo, soprattutto
nelle notti di luna piena, possa vedere nell'acqua il volto di una ragazza
bellissima. E che, nel silenzio, si sentano i suoi lamenti e la sua voce che
chiama disperata: «Antonio».
La donna tacque.
Il marito rimase qualche istante in silenzio, poi disse:
«Povera fijia... E quella macara? Che fine fece?»
«Nessuno lo sa. Pare che abbia continuato a vivere in paese
per tanti anni. Ma qualcuno dice che, da allora, ogni notte, una gatta nera si
aggiri intorno al pozzo.»
Un brivido attraversò la schiena della gatta acquattata sul
davanzale del lucernario.
Non era un brivido di paura.
Era qualcosa di molto più profondo.
Per la prima volta, dopo tanti anni, Concetta sentì il sangue
gelarsi nelle vene.
Riconobbe Antonio. Riconobbe Rosa.
E soprattutto riconobbe se stessa.
Quella macara di cui la donna aveva parlato era lei.
Era stata lei a inventare il tradimento, lei a insinuare il
dubbio nel cuore di Antonio, lei a distruggere un amore che non aveva fatto
male a nessuno.
Ricordò il giorno in cui aveva incontrato la madre di Rosa e,
con finta premura, le aveva raccontato di aver sognato la ragazza tra le
braccia di un altro uomo.
Ricordò le parole pronunciate, le bugie costruite con
pazienza, il piacere provato nel vedere la disperazione diffondersi tra le due
famiglie.
E ricordò anche il volto di Rosa, incontrata qualche giorno
dopo, pallido e rigato di lacrime.
Allora non aveva provato nulla.
Adesso, invece, quelle immagini le tornarono davanti agli
occhi con una forza insopportabile.
La gatta balzò giù dal davanzale saltò sul muro di cinta e
fuggì nella notte.
Non si fermò nei vicoli, non si intrufolò in altre case, non
cercò altre confidenze.
Corse.
Corse fino alla sua abitazione e, una volta entrata dalla
gattaiola, si ritrasformò in donna.
Rimase a lungo immobile al centro della stanza.
Il suo respiro era affannoso e le mani tremavano.
«Madonna mia... che cosa ho fatto?» sussurrò.
Per la prima volta nella sua lunga vita, Concetta aveva paura
di se stessa.
Non riuscì a dormire.
Seduta sulla vecchia sedia, guardava il pavimento di pietra e
ripensava a tutto il male che aveva fatto.
Le tornarono in mente le famiglie divise, le amicizie
spezzate, i matrimoni finiti, le madri che avevano pianto per colpa delle sue
parole.
Aveva sempre pensato che il suo potere fosse una ricchezza,
qualcosa che la rendeva superiore agli altri.
Ora comprendeva che era stata soltanto una maledizione
alimentata dall’invidia e dalla sua cattiveria.
All'alba prese una decisione.
Doveva tornare al pozzo.
Quello stesso giorno, quando il sole cominciò a calare dietro
gli ulivi, si incamminò verso la campagna.
Camminava lentamente, appoggiandosi al bastone, con lo scialle
nero stretto sulle spalle.
Il pozzo si trovava in un terreno abbandonato, circondato da
fichi d'India e cespugli di more e lentisco. Da anni nessuno lo utilizzava più.
Le pietre del bordo erano consumate dal tempo e qualche erbaccia cresceva tra
le fessure.
Concetta si avvicinò.
Si affacciò.
L'acqua, laggiù in fondo, era immobile e scura.
Guardò attentamente e, poco alla volta, tra i riflessi della
luce morente, le sembrò di scorgere un volto.
Era quello di Rosa.
Bellissimo, delicato, con gli occhi grandi e tristi.
Concetta si portò una mano alla bocca.
«Rosa...» mormorò.
E allora sentì qualcosa.
Non una voce vera e propria, ma un lamento che sembrava
salire dal fondo del pozzo, attraversare l'acqua e raggiungere il suo cuore.
«Perché... perché mi hai fatto questo?»
La vecchia si inginocchiò.
«Perdonami, fijia mia. Se potessi tornare indietro... Se
potessi cancellare quello che ho fatto...»
Ma il pozzo non rispose.
Restò soltanto il silenzio della campagna, rotto dal canto
lontano di una cicala.
Concetta comprese che non poteva restituire la vita a Rosa,
né cancellare il dolore di Antonio. Ma poteva almeno mettere fine al male che
aveva continuato a seminare.
Poteva rinunciare ai suoi poteri.
Si alzò a fatica e pronunciò le antiche parole che per tanti
anni le avevano permesso di trasformarsi.
Le parole che aveva sempre pronunciato con orgoglio, quella
volta uscirono dalle sue labbra come una preghiera.
Poi, guardando ancora una volta il fondo del pozzo, lasciò
cadere il bastone.
E si gettò.
Quella notte il paese fu attraversato da un vento leggero,
insolito per una sera d'estate.
Qualcuno raccontò di aver visto una luce provenire dalla
campagna, proprio dalla parte del vecchio pozzo.
Altri giurarono di aver sentito una voce femminile cantare
una nenia antica, una melodia dolce e malinconica che sembrava venire da molto
lontano.
All'alba, un contadino che si recava al proprio uliveto passò
vicino al pozzo e notò qualcosa di strano.
L'acqua, che per anni era rimasta scura e immobile, brillava
di una luce argentea.
Si avvicinò e si affacciò.
Non vide il corpo della vecchia Concetta.
Vide invece, riflesso sulla superficie dell'acqua, il volto
luminoso di una giovane donna, bellissima, con lunghi capelli sciolti sulle
spalle e occhi chiari come la luce della luna.
La ragazza sorrideva.
Il contadino si fece il segno della croce e indietreggiò,
senza avere il coraggio di dire una parola.
Da quel giorno nessuno vide più Concetta la macara aggirarsi
per le strade del paese.
La gatta nera scomparve.
Le quattro famiglie della corte continuarono a vivere in
armonia e, per molti anni, nessuno riuscì a spiegare quella strana luce che,
nelle notti di luna piena, sembrava salire dal fondo del pozzo.
Si racconta che Antonio, ormai vecchio e solo, una sera,
passando vicino a quel luogo, vide nell'acqua il volto di Rosa.
Questa volta, però, non sentì lamenti.
Sentì una voce dolcissima che pronunciava il suo nome.
E per la prima volta dopo tanti anni sorrise.
Ancora oggi, tra gli anziani del paese, c'è chi racconta
questa storia.
Qualcuno sostiene che sia soltanto una leggenda, nata dalla
fantasia di chi amava spaventare i bambini nelle sere d'inverno.
Altri, invece, giurano che tutto sia accaduto davvero.
E quando, nelle notti d'estate, una gatta dal pelo nero
attraversa silenziosamente un vicolo o si ferma sul muretto di una vecchia casa
a cannizzo, c'è sempre qualcuno che, guardandola, sussurra:
«Lasciatela stare... Le anime che hanno conosciuto il male,
qualche volta, cercano soltanto la strada per tornare alla luce.»
Perché in quel piccolo paese del Salento si tramanda ancora
un'antica convinzione:
le parole possono uccidere un amore, distruggere una famiglia
e condannare un'anima a vagare per sempre. Ma il rimorso, quando nasce davvero
dal cuore, può essere l'inizio di una redenzione.
Di: Giuseppe Russo - 30.10.2026;
